lunedì 30 marzo 2015

Ancora Orsanmichele

Orsanmichele: nella grande sala del primo piano, si trova quello che si può definire il cimitero delle statue di Orsanmichele. Infatti a tutte le nicchie dell'eccezionale chiesa-granaio sono state estirpate le statue di appartenenza, siano esse di bronzo o di marmo, per sostituirle con delle copie. Gli originali si trovano ora, assurdamente allineati, al piano superiore, privi delle nicchie che ne costituiscono l'indispensabile e naturale complemento, nicchie le cui dimensioni hanno determinato e condizionato la forma delle statue in esse contenute. Che senso hanno i Quattro Santi Coronati di Nanni di Banco estratti dal semicilindro che li contiene e privati della predella in cui sono rappresentate le loro attività di scultori e scalpellini?  Nessun rapporto contestuale, schierate come in deposito l'una indifferentemente accanto all'altra. Questa è la nuova musicologia (volevo scrivere museologia, ma il correttore automatico ha provveduto da solo)

lunedì 26 gennaio 2015

Strade e piazze a Firenze


Cosimo il Vecchio e Michelozzo avevano angolato il palazzo Medici in modo che fosse visibile la loggia d'angolo dove i Medici tenevano banco. Sindaci, Assessori e soprattutto Soprintendenti non sanno un cazzo di niente e coprono con una baracca per mesi e mesi la storica prospettiva. Beati i tempi quando si collocavano le statue commemorative al centro delle piazze. Oggi Re e Poeti vengono spostati per far posto a giostre e mercatini. Ma non bastando le piazze, si occupano anche le strade senza tener conto dei valori storici e ambientali.

domenica 21 dicembre 2014

A proposito di Opera (di Firenze)


Ma com'è gestita, dal punto di vista del gusto e del decoro, l'Opera di Firenze? Quel ridicolo alberello di Natale nel foyer, collegato alla presa elettrica con un filo per terra fermato col nastro adesivo, coronato in basso da una serie di scatole vuote, nemmeno fossimo in un minimarket gestito da cinesi. A nessuno è balenata l'idea di allestire un albero di dimensioni accettabili all'esterno, anche per sopperire allo squallore dell'area dell'accesso, inutilmente rallegrata (si fa per dire) da quegli stupidi cavalli rossi che non si capisce se un bel giorno verranno messi a riposo. E perché lasciare al buio quella lunga pensilina che ci accompagna dal Viale Belfiore? La quale peraltro non arriva all'ingresso del teatro (scusate, dell'Opera), costringendoci per gli ultimi cinquanta metri che ci separano dal foyer a riaprire l'ombrello. Alla bruttezza di quest'Opera, dove dalla galleria non si vede la platea e viceversa, con tanti saluti al coinvolgimento socializzante che contraddistingue da sempre i luoghi di spettacolo, si aggiunge la trascuratezza dovuta alla mancanza di un responsabile all' "estetica", e ciò in una città che ha sempre fatto attenzione alla qualità, ai dettagli, alla perfezione.

martedì 9 dicembre 2014

Riflessioni su una trasmissione in diretta

Questo blog non afferisce al titolo "Storie di una città", ma in un'epoca di facili comunicazioni quanto avviene a Milano sembra avvenire a Firenze e non soltanto a Firenze. Perciò mi permetto (non certo da musicologo quale non sono) una riflessione sullo spettacolo inaugurale di quest'anno del teatro alla Scala, visto in diretta alla televisione.
Domenica scorsa è stata trasmessa in diretta dalla Scala la prima di Sant’Ambrogio, quest’anno “Fidelio” di Beethoven, diretto da Daniel Barenboim con la regìa di Deborah Warner. Due errori fondamentali: 1) Barenboim ha usato come ouverture la Leonore n° 2, troppo lunga e, come le altre Leonore, più poema sinfonico che ouverture, tanto che non per niente Beethoven le aveva sostituite tutte definitivamente con l’ouverture Fidelio, assai più snella; 2) la regìa ha confuso un’opera del primo ottocento, ancora legata alle convenzioni del singspiel, con un’opera post romantica (anche se vi si ravvisano notevoli anticipazioni), tanto che almeno nel primo atto sembrava di assistere a una specie di Carmen o di Bohème. Col secondo atto si finisce ancor peggio di come si era cominciato: una vittoria di rivoltosi alla NoTav, guidati da Don Fernando, pronto a farsi gli affari suoi da buon politico professionale. Non si è capito che si tratta di un’opera massonica: esattamente come il Flauto magico di Mozart che finisce con l’inno alla fratellanza, e come la Nona Sinfonia dello stesso Beethoven che si conclude con l’Inno alla Gioia. Del resto ha la sua origine nell’Orfeo ed Euridice di Gluck (l’opera massonica per eccellenza: un coniuge votato alla salvezza del consorte come processo iniziatico), per proseguire con il Ratto dal serraglio e col Flauto magico di Mozart. Mi diverte fare equazioni fra i personaggi delle tre opere. Don Ferrando come Apollo, Selim e Sarastro; Don Pizzarro come Osmino e Monostatos; Marzeline come Blonde e Papagena; Jaquino come Pedrillo e Papageno; Florestan come Euridice, Constanze e Pamina; Leonore come Orfeo, Belmonte e Tamino (e Rocco? lo Sprecher?) Naturalmente mancano gli elementi mitologico e comico, e le parti maschili e femminili in alcuni casi sono invertite, ma le strutture sono le stesse, anche se s’inseriscono accenti forti, che tuttavia non diventano mai drammaturgia nel senso romantico del termine. Soprattutto non ci sono i parametri naturalistici e veristi quali quelli che la regista Warner ha arbitrariamente inserito, anche perché la musica usa ancora le convenzioni settecentesche, pur aggiornate. Il fine è lo stesso delle suddette opere e della Nona Sinfonia: l’iniziazione alla fratellanza illuministica.


domenica 28 settembre 2014

OF, l'Opera di Firenze

Fra le “storie” di questa città, un posto particolare spetta anche al nuovo Teatro dell’Opera che si è voluto chiamare OF, Opera di Firenze, per evitare la definizione di Teatro che all’estero non si usa per le “Opera houses”.  Il problema di questa nuova Opera, dopo le sue multiple inaugurazioni, sta in alcune anomalie che vengono rilevate dal pubblico, ma che sono del tutto ignorate sia dagli interni al teatro che dagli addetti ai lavori, cioè critici e giornalisti. Strano, poiché quest’opera architettonica è una delle pochissime grandi opere che la città ha avuto in dotazione da un secolo, e mi riferisco allo Stadio Comunale (1930/1932), alla Stazione ferroviaria (1932/1934) e, a distanza di molti decenni, al Palazzo di Giustizia (2000/2012). Questo faraonico complesso teatrale, inaugurato nel 2011 e ancora incompleto, non ha tuttora ricevuto alcuna critica, sia sul piano architettonico che su quello funzionale, mentre critiche anche feroci furono a suo tempo rivolte alle grandi strutture sopra ricordate (fa eccezione soltanto lo stadio “Giovanni Berta” che è sempre stato apprezzato, anche se poi gli sono state apportate modifiche che hanno snaturato l’opera originaria dell’Ingegner Nervi).

Su questo teatro niente è stato detto sul fatto che a differenza di teatri storici o moderni, la sala principale è tale che dalla platea non ci si accorga neppure che esistano galleria e palchi (cosiddetti) e che dalla galleria non si riesca a comunicare visivamente con chi sta in platea, a scapito della funzione socializzante che ogni teatro dovrebbe avere. Ma cosa ancor più grave è che dalla galleria, quando si svolge l’opera, non si vede l’orchestra in buca, mentre si sa che i fanatici della galleria si compiacciono soprattutto di poter dominare dall’alto gli interventi di maestro e strumentisti.

Nessuno poi ha osservato che in questo teatro, non ancora completato delle strutture di palcoscenico, si mantiene la scenografia di un’opera in corso di esecuzione e che di conseguenza i concerti che s’interpongono fra le varie repliche dell’opera si svolgono sulla fossa orchestrale rialzata. Il risultato è che il pubblico della galleria si deve accontentare di ascoltare senza poter vedere il direttore e il solista. Insomma una situazione inaccettabile. Al concerto Abbado/Urmana dello scorso 27 settembre, quelli della galleria durante l'intervallo si muovevano per cercare inutilmente un posto da cui vedere oltre che sentire. Infatti dell'orchestra collocata sopra la fossa si vedeva soltanto l'ultima fila degli ottoni. Per vedere il gesto del Direttore e il volto della cantante si doveva stare in piedi. Ma nessuno di quelli del teatro sembra rendersi conto dell'orrore, mentre i giornalisti che non ne parlano temono forse di fare la fine del povero Isotta a cui il Soprintendente della Scala ha negato l'accesso al teatro. Un teatro che sembra fatto per gli interni e per compiacenti addetti ai lavori; il pubblico si arrangi. Non sarebbe invece il caso che i responsabili (?) del teatro, viste le circostanze, ma anche i disgraziati errori di progettazione, si attivassero per cercare di risolvere questi problemi, smontando e rimontando le scenografie in modo da poter consentire all’orchestra impegnata nei concerti di alloggiare sul palcoscenico e non sopra la buca, oppure programmando gli eventi in modo da non sovrapporre opere e concerti fra loro?


Che dire poi del fatto che, a differenza di quanto avveniva nella vecchia sala di Corso Italia dove i soprattitoli erano perfettamente leggibili, a tutt’oggi nel nuovo OF è ancora arduo leggerli, se non schermandosi gli occhi col programma di sala? O leggi i titoli o guardi la scena, a scelta. E poi, in quale altro teatro del mondo si riceve la contromarca, non per andar fuori a fumare, ma semplicemente per restare nel foyer?

domenica 20 luglio 2014

Com'era e dov'era, fin dall'Unità d'Italia.

Altro che la Casta dei Magistrati. Fatte le debite differenze, che cos'è quella dei Soprintendenti (ai beni artistici, ai beni storici e architettonici ecc,) se non una Casta? Basta vedere come reagiscono (un po' alla volta) al progetto del Ministero ai beni culturali di introdurre la figura del manager alla gestione dei musei italiani. Un importante personaggio, che è stato Soprintendente ad un Polo Museale ed è poi diventato il grande direttore dei musei di uno stato straniero, ha definito il progetto ministeriale una "macelleria". 
A quanto pare tutto va ben, madama la marchesa. Ma come si fa a pretendere di mantenere tutto com'era e dov'era? Come nel XIX secolo hanno creato le strutture museali che sono andate bene per duecent'anni, nel XXI secolo si potrà ben pensare a rimodellare e riorganizzare un sistema oggi desueto e incapace di sostenere la nuova pressione turistica. Dice niente la scalinata e l'ingresso del Metropolitan Museum di New York?
Parlando della Galleria dell'Accademia: che senso ha OGGI, lo spezzettamento all'interno dello stesso isolato fra la Galleria, il loggiato dell'antico ospedale di San Matteo in Piazza San Marco con il relativo chiostro, il Conservatorio Cherubini, il Museo delle Pietre Dure, senza alcun progetto alternativo, eventuali trasferimenti compresi? Il tutto per fare entrare il turista in galleria attraverso un usciolino che al massimo potrebbe introdurre ai servizi igienici. E una coda che comincia in Via degli Alfani e gira per la Piazzetta delle Belle Arti (poco belle, in verità, imbrattate da chewing gum e scritte sui muri) e arriva finalmente all'usciolino predetto. 
Nella Basilica di San Lorenzo si paga 1) un biglietto per entrare in chiesa, 2) un altro biglietto per vedere il pulpito donatelliano testé restaurato e rinchiuso in un sarcofago oscuro e protetto da un tornello, 3) per vedere e (non) capire il rapporto fra le due sagrestie, uscire, girare l'angolo, pagare un terzo biglietto e passare dai sotterranei prima di trovarsi dentro un'incomprensibile struttura architettonica contenente due tombe medicee, appunto la Sagrestia Nuova che in quel contesto non appare più per quello che è, appunto una sagrestia che fa pendant con la Sagrestia Vecchia di Brunelleschi. Nessun collegamento con l'altro capolavoro di Michelangelo, la Biblioteca Mediceo Laurenziana. Chiedete cose ne dicono la Bietti e l'Acidini; rispondono che è così dall'Unità d'Italia. Infatti, viene da dire.
Un funzionario della Soprintendenza fiorentina, che per aver superato un concorso molti anni fa ha poi scalato tutti i gradini della burocrazia statale, è diventato direttore del "Museo di Orsanmichele", dove, al primo piano ha trasferito le statue che in origine stavano nelle nicchie delle tre facciate. Le statue collocate l'una accanto all'altra, senza alcun riferimento ai contesti di cui facevano parte, sembrano statuine di un museo delle cere, o fantocci pronti per il tiro al bersaglio. Basta vedere i Quattro Santi Coronati non più costretti dentro la loro nicchia ma lasciati liberi di fluttuare nell'aria e fuori scala rispetto alle statue che li affiancano.
Basta così? Viene voglia di aspettare i supermanager, come del resto pare augurarsi il nuovo direttore della Galleria Palatina.

martedì 17 giugno 2014

Scorcio o sconcio?


Indovinato? Questo è uno scorcio di Via dei Martelli a Firenze; sullo sfondo il Bel San Giovanni che di solito non vuole inganni ma che quest'anno ha fatto un'eccezione. 
A proposito: scorcio o sconcio?